trasumanar inurbarsi inleiarsi insemprarsi indracarsi

Costruirsi parole su misura (come Dante)

Nella fabbrica della lingua: breve viaggio tra i verbi inventati da Dante nel Paradiso con una scheda tratta dal mio Italiano. Corso di sopravvivenza.

 

Dante, il massimo genio creatore della nostra letteratura, ha sfruttato potentemente le tecniche di espansione del lessico per mezzo di suffissi e prefissi. Il più caratteristico dei metodi usati da Dante per formare parole nuove è quello che produce verbi a partire da nomi o aggettivi (ma, come vedremo, anche avverbi e pronomi) preceduti da in- e seguiti dalla desinenza verbale -are. È il metodo che, nella lingua quotidiana, ha portato alla formazione di verbi come infiammare da fiamma, impugnare da pugnoincarcerare da carcere. Ma osservate fin dove si spingono le invenzioni dantesche, tutte tratte dal Paradiso (dopo ogni esempio c’è l’indicazione del canto e del verso in cui compare il verbo).

Tra i verbi derivati da nomi, indiarsi, cioè “essere vicini a Dio” (IV, 28: «D’i Serafin, colui che più s’india»), indracarsi, cioè “diventare feroce come un drago” (XVI, 115-7: «L’oltracotata schiatta che s’indraca / dietro a chi fugge, e a chi mostra ‘l dente / o ver la borsa, com’ agnel si placa»: cioè “la schiatta tracotante [degli Adimari], feroce coi deboli e umile con chi mostra i denti o offre denaro”), infuturarsi (XVII, 98: “estendersi nel futuro”), inventrarsi (XXI, 84: “nascondersi in una cavità, in un ventre”), imparadisare (XXVIII, 3: «quella che ‘mparadisa la mia mente»: cioè Beatrice, colei che “mi fa toccare il cielo con un dito”, per usare una metafora irriverente, ma appropriata al contesto; fra parentesi, Dante usa, non per primo, anche il verbo incielare: III, 97).

 

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Dante imparadisato con Beatrice in un disegno di Botticelli

 

 

Ancora più singolari sono i verbi derivati da avverbi: insemprarsi (X, 148: «colà dove gioir s’insempra»: il luogo dove la gioia è eterna, cioè il paradiso), insusarsi (XVII, 13: “andare in su”, “innalzarsi”), inforsarsi (XXIV, 87: «nulla mi s’inforsa»: “non ho alcun dubbio”), immegliarsi (XXX, 87: “diventare migliore”), e indovarsi, in uno degli ultimi versi del poema (XXXIII, 138: “collocarsi”). Poi ci sono i composti con i numerali: incinquarsi (IX, 40: “ripetersi cinque volte”), inmillarsi (XXVIII, 93: “contarsi a migliaia”, riferito al numero degli angeli), intrearsi (XIII, 56-7: «non si disuna / da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea». Il soggetto è Gesù, lui è Dio Padre e amor lo Spirito Santo: il verbo intrearsi, “unirsi come terzo”, si riferisce dunque al mistero della Trinità; e notate l’altro verbo disunarsi, derivato da uno con il prefisso dis-: “separarsi”, “essere non più uno”; da due, Dante ha coniato anche il verbo adduarsi, “accoppiarsi”: VII, 6).

La serie più “estrema” di questi neologismi danteschi è quella che riguarda i verbi derivati da pronomi. Tre sono raccolti nel canto IX, nello stesso discorso che Dante rivolge a un beato, Folchetto di Marsiglia: inluiarsi, intuarsi e inmiarsi. «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia» (v. 73: cioè “la tua vista penetra in lui, e partecipa dell’onniscienza di Dio”); e poco più sotto, «Già non attendere’ io tua dimanda, / s’io m’intuassi come tu t’inmii» (vv. 80-1: “se io penetrassi nella tua mente come tu puoi penetrare nella mia, non aspetterei che tu mi facessi una domanda”, dato che potrei leggere nel pensiero). L’altro verbo, derivato da lei come questi lo sono da lui, te e me (o meglio, tuo e mio, con lo stesso valore di pronome), è inleiarsi (XXII, 127: “entrare in lei”, nella beatitudine suprema di Dio).

 

Botticelli Dante Beatrice Paradiso canto30

 

Un altro disegno di Botticelli per il trentesimo canto del Paradiso

 

 

Come si vede, tutti questi verbi non sono entrati nel linguaggio comune; sono “pezzi unici”, e anche quando vengono impiegati in un testo letterario (Papini e Pavese, per esempio, hanno usato indiarsi) valgono proprio in quanto citazione dantesca. Un solo verbo inventato da Dante secondo questo modello ha avuto un largo successo di pubblico. Non proviene però dal Paradiso, ma dal Purgatorio (XXVI, 69):

 

Non altrimenti stupido si turba

lo montanaro, e rimirando ammuta,

quando rozzo e salvatico s’inurba…

 

Il verbo inurbarsi fa qui la sua comparsa: Dante lo usa nel senso di “entrare in città”, ma il senso odierno (“abbandonare la campagna e andare ad abitare in città”) non è molto distante.

Negli altri casi che abbiamo visto, Dante crea nuovi verbi perché vuole forzare la lingua a esprimere l’inesprimibile, ciò che sfugge all’intelletto umano, il mistero del divino e dell’eterno che deve affrontare nel Paradiso. E infatti, proprio all’inizio della cantica, c’è un altro neologismo che riassume il senso di queste creazioni: trasumanare, un’azione difficile da esprimere a parole (I, 70-1: «Trasumanar significar per verba / non si poria»): “elevarsi oltre i limiti della natura umana”. Siccome non esisteva la parola adatta, Dante se l’è inventata (unendo il prefisso tras-, che è il latino trans, “al di là”, all’aggettivo umano e alla desinenza del verbo; a seicentocinquant’anni di distanza, Pier Paolo Pasolini avrebbe intitolato Trasumanar e organizzar una sua raccolta di poesie).

Ed è questo l’insegnamento che possiamo ricavare: un genio creatore riesce a spingersi, con gli strumenti della grammatica, oltre i limiti della grammatica e della lingua; riesce a trasumanare le parole; riesce a esprimere qualcosa che «significar per verba non si poria». Nessuno di noi è Dante: ma il suo esempio ci insegna come funziona una lingua, come può essere manipolata, e che, nel nostro piccolo, anche noi abbiamo il diritto (forse anche il dovere) di sfruttare tutte le possibilità per esprimere, se non l’inesprimibile, quello che abbiamo da dire nel modo più personale e incisivo possibile.

 


 

Questo brano proviene dalla mia grammatica pratica Italiano. Corso di sopravvivenza, TEA 2015, pp. 220-223.

 

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