mostrine uniforme grigioverde "prima guerra mondiale"

Feritoia n. 14

Leggere Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu per scoprire un capolavoro del Novecento (e imparare molte cose, non solo sulla Prima guerra mondiale)

 

Prima guerra mondiale, altipiano di Asiago. Due giovani tenenti, uno poco più che venticinquenne, l’altro di due anni minore, amici fin dai tempi dell’università, si incontrano per concordare un’azione notturna che riguarda i loro due battaglioni. Il discorso cade sul comandante del battaglione del più giovane, un maggiore coraggioso e talvolta anche intelligente che però non potrebbe muovere un passo senza bere mezza bottiglia di cognac.

Il cognac è un ingrediente essenziale della guerra, Appena lo sente nominare, il tenente più giovane (l’altro è astemio) ne beve qualche sorsata dalla borraccia, e riflette: nell’Iliade e nell’Odissea si bevono in continuazione otri di vino, ma non c’è traccia di liquori. E invece – continua mentre i due amici si accendono una sigaretta – se Ettore avesse bevuto del cognac, «forse Achille avrebbe avuto del filo da torcere…».

Il più anziano dei due immagina Ettore «slacciarsi, dal cinturone di cuoio ricamato in oro, dono di Andromaca, un’elegante borraccia di cognac, e bere, in faccia ad Achille». E poi accade qualcosa. Scrive il più anziano, che narra in prima persona la sua guerra sull’Altipiano:

Io ho dimenticato molte cose della guerra, ma non dimenticherò mai quel momento. Guardavo il mio amico sorridere, fra una boccata di fumo e l’altra. Dalla trincea nemica, partì un colpo isolato. Egli piegò la testa, la sigaretta fra le labbra e, da una macchia rossa, formatasi sulla fronte, sgorgò un filo di sangue. Lentamente, egli piegò su se stesso, e cadde sui miei piedi. Io lo raccolsi morto.

La notte, mettemmo i tubi di gelatina.

 

Il tenente più anziano è Emilio Lussu, che in Un anno sull’Altipiano racconta uno dei suoi tre anni e mezzo in prima linea durante la Grande guerra, quello passato appunto sull’altipiano di Asiago tra il giugno 1916 (quando la sua brigata Sassari viene mandata come rinforzo per rispondere all’attacco austriaco, la cosiddetta Strafexpedition, la «spedizione punitiva») e il luglio 1917, quando la brigata ritorna sul Carso. Questo episodio tragico e indimenticabile non occupa nemmeno due pagine del romanzo-memoriale. Non c’è preparazione, la tensione non si accumula, proprio perché nella realtà della guerra non ci sono segni premonitori: parte un colpo e l’amico con cui un secondo fa stavi scherzando adesso è morto.

Questa nitida oggettività, questa totale assenza di ornamenti narrativi, questo riserbo che tiene sotto controllo sentimenti, emozioni e giudizi sono i tratti distintivi del libro di Lussu. Dopo il racconto di un fatto si passa, andando a capo senza nemmeno lo stacco di una riga bianca, all’episodio successivo. E proprio questa oggettività fa sì (non è un gioco di parole) che alcuni oggetti diventino protagonisti del libro al pari degli uomini. Il cognac, il cui odore arriva a zaffate durante gli assalti, i tubi di gelatina esplosiva da piazzare di notte sotto i reticolati di filo spinato fra le trincee italiane e quelle austriache, le maledette pinze con cui bisognerebbe tagliare quei reticolati, il «pugnale viennese dal corno di cervo, trofeo di guerra», che il tenente Santini lascia in eredità a Lussu prima di essere costretto ad avvicinarsi alla trincea nemica con le pinze in mano, cioè ad andare incontro al fuoco mortale delle mitragliatrici. E la feritoia n. 14.

 

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Emilio Lussu tenente durante la Prima guerra mondiale (Archivio Brigata Sassari 1916)

 

 

Feritoia n. 14 avrebbe potuto essere, anche per l’autore, il titolo dell’edizione americana del libro. La n. 14 è la migliore feritoia di osservazione del settore in cui si trova Lussu con i suoi soldati: consente di vedere fin dentro le trincee nemiche. Quando la incontriamo per la prima volta nel libro, però, si è già trasformata in una trappola mortale: gli austriaci l’hanno individuata, un tiratore scelto, con un fucile montato su un cavalletto, la tiene sotto tiro e colpisce tutto quello che si muove dietro il foro. Una vedetta è stata uccisa, un’altra ferita, e il comandante della compagnia ne ha proibito l’uso durante le ore del giorno.

Un capitano appena arrivato, però, insiste per guardare dalla feritoia il terreno in cui dovrà andare all’assalto. In verità, la ricognizione non gli interessa più di tanto: «È perfettamente inutile che io mi studi il terreno. È indifferente che si attacchi a sinistra o a destra. E per me è tutt’uno morire a destra oppure a sinistra». Però ha bevuto, e s’impunta quando sente che è vietato guardare dalla feritoia n. 14. Lussu, che lo accompagna, cerca di bloccarlo, ma lui si divincola, toglie il sasso che chiude il foro, si abbassa per guardare, e subito una pallottola esplosiva gli porta via gran parte della mascella destra.

La seconda scena con la feritoia n. 14, che nel frattempo è stata rinforzata con una lastra di acciaio e un otturatore, sempre d’acciaio, per coprire il foro, ha per protagonista un elegante tenente di cavalleria, venuto di sua iniziativa a vedere per la prima volta una trincea. L’incontro con il narratore comincia con un buffo equivoco (Lussu sta leggendo l’Ariosto e dice che Orlando è divino, l’altro conferma e aggiunge che meriterebbe di diventare presidente del Consiglio, perché pensa che si stia parlando di Vittorio Emanuele Orlando, allora ministro dell’Interno), prosegue con qualche schermaglia tra fanteria e cavalleria a proposito di coraggio e paura, e culmina con la spettacolare esibizione del cecchino che tiene sotto tiro la feritoia. La prima volta che Lussu solleva l’otturatore del foro non accade nulla, ma la seconda una pallottola lo attraversa, la seguente spezza il frustino che il tenente di cavalleria ha agitato davanti, quella successiva colpisce una moneta montata su un pezzo di legno. E mentre il narratore passa alla feritoia successiva e comincia a spiegare le sue caratteristiche, sente una voce un po’ troppo distante che dice «A un ufficiale del “Piemonte Reale” tremano le gambe meno che al suo cavallo». Si volta, vede il tenente di cavalleria che guarda dalla feritoia n. 14 e, un istante dopo, stramazza colpito a morte.

Nella terza e ultima apparizione (subito dopo verrà smantellata), la feritoia n. 14 riceve la visita del generale Leone, il folle, temerario, fortunato comandante della divisione, odiato da soldati e ufficiali per i continui assalti che si ostina a lanciare verso le linee nemiche, con l’unico risultato di portare alla rovina le proprie truppe. Il generale vuole stanare un cannoncino austriaco che martella le trincee italiane, e comincia, accompagnato dal narratore, a girare per le varie feritoie, insoddisfatto di ciò che vede, anzi non vede.

Alla fine del settore di sua competenza, Lussu affida il generale al tenente Ottolenghi. È il responsabile della sezione mitragliatrici, ed è convinto che i generali e gli ufficiali superiori siano al soldo degli austriaci, tanto male conducono la guerra. Quando il generale chiede se almeno lui abbia una feritoia decente, Ottolenghi risponde, con la massima tranquillità: «Abbiamo la più bella feritoia di tutto il settore… La feritoia n. 14». Lussu immagina che le feritoie siano state rinumerate, ma si accorge ben presto che si tratta sempre della solita, letale n. 14: evidentemente Ottolenghi, che già una volta aveva quasi permesso il linciaggio di un soldato, colpevole di aver salvato la vita al generale Leone, non vuole perdere un’occasione irripetibile.

Istintivamente, aprii la bocca per chiamare il generale. Ma non parlai. La mia commozione, forse, m’impedì di parlare. Non voglio diminuire in nulla quella che può essere stata, in quel momento, la mia responsabilità. Si stava per uccidere il generale, io ero presente, potevo impedirlo e non dissi una parola.

Il generale entra nella feritoia, solleva l’otturatore, osserva compiaciuto il terreno e le trincee nemiche, si profonde in elogi (finalmente una feritoia come si deve!), e non succede niente. Siccome lo scopo dell’osservazione è scoprire la posizione del cannoncino austriaco, che in quel momento non sta sparando, Ottolenghi propone di stuzzicarlo, e ordina ai soldati di cominciare a sparare contro i nemici per attirare la loro attenzione, mentre il generale Leone si china di nuovo per scrutare dal foro…

 

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Quando parlo di un libro devo sempre fare i conti con due esigenze contrapposte: dire tutto quello che serve per dare un’idea precisa delle sue caratteristiche e invitare alla lettura, e non dire troppo, visto che da lettore ho sempre odiato gli spoiler (da ben prima che si chiamassero così). Per questo non ho intenzione di rivelare qui la sorte del generale Leone. Però vi garantisco che in Un anno sull’Altipiano ci sono molti episodi simili, in cui la tragedia della guerra si fonde con spunti da commedia grottesca, film d’avventura, comicità popolare. Io l’ho letto, molto tardi, spinto da due stimoli. Il primo era il ricordo dell’altro memoriale di Lussu, sul periodo immediatamente successivo alla Grande guerra: Marcia su Roma e dintorni. Era nella libreria di casa, credo di averlo letto addirittura in terza media, e ha segnato per sempre l’immagine che ho del fascismo (una miscela di violenza e ridicolo). Il secondo stimolo era la mia infatuazione per la Prima guerra mondiale, per le storie dei suoi protagonisti, per i libri (romanzi, memoriali, saggi storici) che ne sono scaturiti e che, letti oggi, ci appaiono sorprendentemente moderni.

Ecco, Un anno sull’Altipiano è una successione di episodi tragici, insensati, grotteschi, commoventi (talvolta tutte queste cose insieme) che proprio grazie a una voce narrante del tutto priva di enfasi riesce a scolpire nella mente di chi legge l’immagine definitiva della Prima guerra mondiale. È un memoriale o un romanzo? Nella nota che apre la prima edizione del libro, Lussu dice esplicitamente che il lettore non troverà «né il romanzo, né la storia», ma solo «ricordi personali». Quindi ricordi: ma sono tutti veri? Bisogna considerare che il libro è stato scritto a vent’anni dagli eventi, mentre Lussu si trovava in un sanatorio in Svizzera, a recuperare da un’operazione a un polmone; e che in quei vent’anni Lussu si era battuto contro il fascismo, era stato condannato al confino, era fuggito e aveva fondato  in Francia, con i fratelli Rosselli, il movimento Giustizia e Libertà, e di fronte alla retorica fascista che si era impadronita della memoria della Grande guerra intendeva rendere testimonianza della sua visione: quella di un convinto interventista democratico che si era trovato di fronte le assurdità di una guerra che pure aveva voluto.

Ma è importante stabilire se il suo racconto è realtà o finzione? No: quello che conta è che non riusciamo a staccarci dalla storia di Lussu, dei suoi commilitoni, degli oggetti che scandiscono una vita su cui incombe la minaccia (che spesso ci appare in verità una certezza) dell’annientamento. E proprio il distacco antieroico della voce dell’autore ci costringe ad abbracciare la sua visione: i tubi di gelatina, le pinze per il filo spinato, le corazze d’acciaio che dovrebbero rendere invulnerabili i soldati non servono a niente, perché l’assalto si concluderà comunque con una carneficina; i generali sono pazzi; l’eroismo è inutile, perché non avrà mai nessun effetto sull’esito finale, e perché annega nel gran mare della mediocrità e dell’interesse (in una scena, il tenente colonnello Carriera cav. Michele, ferito leggermente a un braccio, detta una lettera per segnalare al comando del reggimento l’eroico comportamento del tenente colonnello Carriera cav. Michele, che pur gravemente ferito mantiene per mezz’ora il comando  del battaglione, e lo propone per una medaglia d’argento al valor militare: firmato, Carriera cav. Michele). Eppure, l’autore che vede e racconta tutto questo continua a fare il proprio dovere, a mettere a repentaglio la propria vita, a tentare di salvaguardare quella dei soldati e dei colleghi, e a guadagnarsi (senza dirlo nel libro, naturalmente, perché non è come il tenente colonnello Carriera cav. Michele) una medaglia al valore dopo l’altra.

 

 


 

 

Emilio Lussu (1890-1975), interventista democratico, combatte dal 1915 al 1918 come ufficiale di fanteria sul Carso, sull’Altipiano di Asiago (dove viene promosso capitano), sulla Bainsizza, sul Piave. Riceve due medaglie di bronzo e due d’argento al valor militare. Nel 1919 fonda il Partito sardo d’azione. Contrario al fascismo, arrestato e mandato al confino, fugge in Francia dove fonda con i fratelli Rosselli il movimento Giustizia e Libertà. Dopo la Liberazione è due volte ministro e senatore per quattro legislature. È anche autore di Marcia su Roma e dintorni (1931). Da Un anno sull’Altipiano (1938) è stato liberamente tratto il film di Francesco Rosi Uomini contro (1970), con Gian Maria Volonté.

 

"Marcia su Roma e dintorni" fascismo antifascismo

La mia copia dell’altro capolavoro di Lussu, nell’edizione economica Oscar Mondadori del 1970

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