grammatica scrittori regole irregolarità

Matita rossa e blu

Luciano Satta fa amabilmente le pulci (grammaticali) agli scrittori italiani: un libro del 1989 per capire lo stato della nostra lingua (anche oggi).

 

grammatica scrittori regole irregolarità

 

Luciano Satta, senese, giornalista professionista, si definiva “un dilettante di cose di lingua” (in realtà aveva scritto manuali di grammatica ed era stato vicedirettore del Dizionario italiano ragionato). La cosa di cui si dilettava era recensire le novità editoriali più interessanti (più interessanti perché bestseller o perché opera di scrittori importanti) dal punto di vista linguistico-grammaticale. La sua rubrica sul “Giornale” di Montanelli si chiamava Matita rossa e blu, e Matita rossa e blu è anche il titolo del libro pubblicato da Bompiani nel 1989 (sottotitolo: Lo stato della lingua italiana nell’esame spietato ma scherzoso compiuto su 110 scrittori contemporanei; prefazione di Indro Montanelli, che oltre a essere il direttore di Satta era uno dei 110 scrittori esaminati). Il libro presenta in ordine alfabetico sia le voci dedicate agli scrittori (non solo narratori ma anche saggisti e giornalisti) sia temi grammaticali di interesse generale sia parole particolari e insolite pescate nei libri di cui si parla.

Matita rossa e blu è una vera ricognizione dello stato dell’italiano alla fine degli anni Ottanta del Novecento, ma il tono di Satta è programmaticamente ironico (di un’ironia elegante e raffinata che diventa spesso autoironia). Alla fine dell’articolo su un romanzo di Alberto Bevilacqua, Satta nota che l’autore tende a usare l’aggettivo maschile come sostantivo astratto, tanto che, di primo acchito, il lettore non ha chiaro se il titolo del libro, Il curioso delle donne, voglia dire “l’aspetto curioso delle donne” oppure “l’uomo che è curioso delle donne”. Subito però si rimprovera: “Ma siamo seri: prima di tutto leggendo il libro si capisce che è l’uomo curioso; e poi chi intitola un’opera non si deve preoccupare dell’eventuale doppio senso; pensate che sennò anche Per chi suona la campana, invece del romanzo che sapete, potrebbe sembrare il manuale del perfetto sagrestano”.

 

ausiliari verbi servili soggetto sottinteso Luciano Satta

 

Satta dà spazio ad alcune sue “piccole fissazioni” (che sono anche le mie; anzi, con tutta probabilità io le ho prese dai suoi articoli e dai suoi libri). Una è quella del “soggetto taciuto” quando invece dovrebbe essere espresso (perché cambia). Ecco alcuni esempi d’autore, con i commenti di Satta (dopo la doppia barra):

Cerami: La giacca a vento era umida, aveva qualche linea di febbre. || Non si sa se chiamare un medico, un sarto o basta un operaio tessile;

 

Marchi: Un asino fu vestito da vescovo, portato in chiesa, fu ordinato a un prete di dargli la comunione, si rifiutò, fu ucciso sul posto. || Niente vieta di pensare che l’ucciso sia l’asino;

 

Veraldi: Tornò a guardare verso la sala da pranzo: aveva messo via le posate. || Chi torna a guardare è un lui, chi ha messo via le posate è una lei.

(Satta scrive: “il lettore può essere di parere diverso”, ma questo lettore qui è totalmente d’accordo con lui: in italiano – lingua in cui non è obbligatorio, come in molte altre, mettere il pronome soggetto prima del verbo – è giusto dare per scontato che il soggetto non cambi finché non ne viene introdotto un altro.)

Un altro appunto riguarda la collocazione dei complementi (in particolare quello di specificazione). Anche qui, leggete esempi e commenti:

Montefoschi: disse un signore coi baffi spioventi della delegazione francese. || Sembra che ci sia una dotazione di baffi spioventi per tutta la delegazione francese, che è obbligata a portarli;

 

Canali: i ritorni a casa di mia madre. || Può darsi che il figlio ritorni alla casa materna, ma può darsi che la madre rincasi;

 

Montanelli e Cervi: il passaggio all’opposizione del Pci; la presenza tra i fondatori di Leonida Repaci. || Repaci sarà stato partorito in piena regolarità, e non fondato.

(In tutti gli esempi, basta anticipare il complemento di specificazione introdotto dalla preposizione di per ottenere frasi più chiare e lineari.)

 

Satta non è un censore: è un attento osservatore della lingua e dei suoi cambiamenti, e molti temi ricorrenti sono ancora oggi d’attualità, a quasi trent’anni di distanza. Prendiamo per esempio la questione spinosa delle professioni, cariche, mansioni esercitate o svolte da donne, Satta è favorevole, “ogni volta che sia possibile e ragionevole”, ai nomi al femminile, nella forma più semplice e naturale: quindi ministra, avvocata, sindaca. Dopodiché, fa l’elenco delle preferenze negli scrittori esaminati, e quando trova in Lidia Ravera “una giovane avvocato”, commenta: “ma così, con l’articolo al femminile e il sostantivo al maschile, si rischia di arrivare a un’avvocato” (forma che infatti ho trovato, qualche anno fa, nel titolo dell’edizione online di un grande quotidiano: ed è un’insensatezza, oltre che un’indegna sgrammaticatura).

E riguardo alla produttività del suffisso -oso per la creazione di aggettivi, il libro raccoglie esempi come sentimentoso usato da Vincenzo Consolo o scattoso e vociferoso di Montanelli. (D’altra parte, la pubblicità di Forattini per la Fiat Uno – “Uno è comodosa”, “Uno è risparmiosa”, “Uno è scattosa”, “Uno è sciccosa” – è del 1983.)

Ma la cosa più interessante di un libro sulla grammatica è lo spazio riservato alle irregolarità espressive. Satta per esempio mette in risalto la forza degli anacoluti di Leonardo Sciascia (in Porte aperte e Il cavaliere e la morte):

Tre di loro, commercianti, gli si leggeva la preoccupazione…

 

I giurati che avevano moglie, del processo la moglie quotidianamente domandava.

 

Il Capo, gli si lesse in faccia il furore.

 

… e si mosse in cerca di una guardia. Ne trovò una di città, un vigile urbano: che gli pendeva sì dal fianco una pistola, ma era quanto di meno idoneo ci fosse per quell’operazione.

E uno dei passi più divertenti del libro è un vero e proprio elogio dello strafalcione. Sul “Giornale”, Satta aveva dedicato un articolo a un romanzo di Piero Chiara, Il capostazione di Casalino. Chiara aveva risposto con una lettera al direttore Montanelli, dando ragione al recensore su quasi tutti i punti. Sulla tendenza a usare l’ausiliare avere con i verbi servili seguiti da un verbo intransitivo che si coniuga con l’ausiliare essere (aveva dovuto andare invece di era dovuto andare: per Satta non si tratta di un errore, ma di una “irreversibile avanzata dell’ausiliare avere”), Chiara risponde: “La questione dell’ausiliare avere mi ha intrigato fin dal primo libro che ho scritto. Arrivato al terzo libro, Con la faccia per terra, iniziai il primo capitolo con la frase ‘Non avrei più dovuto tornare in Sicilia…’ Ma cominciare con un errore mi parve grave, e corressi con ‘Non sarei più dovuto tornare in Sicilia…’, ma controvoglia e ripromettendomi di tornare al verbo avere”.

E la lettera di Chiara (che Satta definisce “splendida, perfetta, giudiziosa e cortese”) prosegue così:

Al mio orecchio la forma stride e mi fa venire in mente un episodio di cinquant’anni or sono. Un importante funzionario statale, amato da tutti al mio paese, era stato collocato a riposo. I suoi estimatori gli offrirono un pranzo a cui parteciparono in più di cento. Mentre, a banchetto finito, un oratore si accingeva a tenere il discorso ufficiale, si alzò un vecchio commerciante pugliese famoso per le sue uscite e disse: “Permettetemi poche parole: se tutta Luino avrebbe saputo, tutta Luino avesse venuto”. Seguì un applauso che indusse l’oratore ufficiale a star zitto. La forza di quella frase aveva travolto i commensali e anche i verbi essere e avere. Se la frase fosse stata corretta non avrebbe colpito nessuno. Così come fu enunciata, si ricorda ancora oggi dopo cinquant’anni.

 


 

Luciano Satta (1924-1998), giornalista professionista dal 1948, redattore capo alla “Nazione” di Firenze, ha collaborato per molti anni al “Giornale” di Montanelli e ha partecipato alla rubrica televisiva Almanacco del giorno dopo. Ha collaborato al vocabolario italiano Devoto-Oli ed è stato vicedirettore del Dizionario italiano ragionato. Tra i suoi libri, Come si dice. Uso e abuso della lingua italiana (Sansoni 1968), Parole. Divertimenti grammaticali (Mondadori 1981), Matita rossa e blu (Bompiani 1989), Alla scoperta dell’acqua calda. Dizionario dei luoghi comuni della lingua italiana (Bompiani 1990), Ma che modo. Usi e abusi del congiuntivo (Bompiani 1994).

 

7 Commenti
  • Stefania Zitella
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    Massimo,
    leggere i tuoi articoli mi procura la sensazione di tornare e sedermi dietro un banco di scuola.
    E lo sai?
    È una sensazione bellissima!

    10 giugno 2016 at 22:54
  • Silvia Maria Mendolicchio
    Rispondi

    Più che un commento è una domanda.
    Ogni mattina il giornalista di turno del GR2 chiude con la frase seguente: “La più cordiale buona giornata”
    Secondo me la forma corretta sarebbe “Il più cordiale…” perché il soggetto sottinteso “augurio” e’ maschile.
    La frase per esteso sarebbe “Il più cordiale augurio di una buona giornata” contratto per brevità in “Il più cordiale buona giornata”.
    Spero di ottenere una risposta.
    La ringrazio.

    1 luglio 2016 at 14:07
  • Anna Maria Ercilli
    Rispondi

    Un incontro per caso, sulle tracce di Luciano Satta, si rivela utile alla mia ricerca. Un grazie per l’interessante articolo. Cosa pensa della tendenza di lasciare andare alla deriva l’uso del congiuntivo? Oltre alle responsabilità della scuola e dei media, direi che manca la curiosità degli italiani verso la lingua madre. Grazie.

    13 dicembre 2016 at 19:14