stile grammatica impersonalità

Tutti i pronomi tranne io

Leggere Meneghello e scoprire gli effetti narrativi, espressivi e perfino morali di una semplice scelta grammaticale.

 

I piccoli maestri è uno dei più bei romanzi sulla Resistenza mai scritti in Italia. È la storia della guerra partigiana nel Vicentino così come l’ha vissuta il suo autore, Luigi Meneghello (1922-2007). Nella nota introduttiva alla seconda edizione (pubblicata da Rizzoli nel 1976, con importanti modifiche rispetto alla prima, uscita da Feltrinelli nel 1964), Meneghello racconta che il romanzo è nato attorno a “tre o quattro nodi a cui mi attaccavo ossessivamente”:

il rimorso di non aver saputo fare una guerra semplice e felice, il puntiglio anti-retorico, l’eccitazione dei rastrellamenti tra le lastre di roccia, e naturalmente la paura e il fascino della morte violenta.

Uno, in particolare, era il suo scopo:

ciò che mi premeva era di dare un resoconto veritiero dei casi miei e dei miei compagni negli anni dal ’43 al ’45: veritiero non all’incirca né all’ingrosso, ma strettamente e in ciascun dettaglio. […] non prendevo neanche in considerazione la possibilità di adoperare altra materia che la verità stessa delle cose.

Questo vale per tutte le opere narrative di Meneghello, ciascuna delle quali è di fatto una tappa della sua autobiografia (leggete la breve nota alla fine di questo pezzo). E nei Piccoli maestri, nel raccontare la guerra partigiana, l’autore ha voluto

esprimere un modo di vedere la Resistenza che differisce radicalmente da quello divulgato (e non penso solo ai discorsi e alle celebrazioni ufficiali) – e cioè in chiave anti-eroica.

Il “puntiglio anti-retorico” e la “chiave anti-eroica” si manifestano fin dalle primissime pagine, quando l’autore, appena finita la guerra, torna sull’Altipiano di Asiago con una sua “amorosetta” e le confessa di sentirsi “esaltato”.

“Sarà perché facevate gli atti di valore, qui,” disse la Simonetta.

“Macché,” dissi. “Facevamo le fughe.”

 

letteratura italiana Novecento '900

La mia copia, piuttosto vissuta, dell’edizione Rizzoli 1976.
La grafica di copertina è di John Alcorn

 

Così, nel romanzo, le avventure spesso narrate con umorismo e autoironia si alternano a vicende drammatiche come le imboscate, i rastrellamenti, la morte degli amici. Una delle sue pagine più memorabili si apre con un fatto del tutto ordinario: il partigiano Severino ha le scarpe rotte, e ha urgente bisogno di procurarsene un paio nuovo. All’improvviso, il numero buono si manifesta ai piedi di due soldati tedeschi, che scortano “un carretto quasi arcaico, tirato da un arcaico cavallo” e si fermano a orinare proprio davanti al punto in cui sono nascosti l’autore, Severino e un terzo compagno. Tutti e tre vedono le scarpe e hanno la stessa tentazione, ma “ormai era tardi”: nessuno dei tre ha il coraggio di sparare a quei “contadinotti anziani coi baffi” che nel frattempo si sono messi a discorrere bonariamente fra loro, “coi grugniti corti di gente che nel complesso ne ha le scatole piene”. E qui scatta una riflessione morale, dettata dall’esperienza di quei lunghi mesi in montagna.

È sempre un problema sparare addosso alle persone a freddo, anche quando una parte della nostra coscienza ci dice che è un dovere esplicito. Se capita per incidens, non è niente; si cammina per un sentieruolo di monte a notte fatta, col Gios in Valstagna; a una svolta del sentieruolo esplode in un lampo qualcosa di multiplo, ci investe una ventata, un globo di baccano; sbattiamo per terra col petto e col viso, spariamo anche noi come matti, da sotto in su. Queste due cose che ci rotolano addosso sono due uomini ammazzati; questo non è niente.

Uccidere in questo modo non è un problema morale: non c’è il tempo di pensare, avviene tutto in un attimo, “non è niente” (Meneghello lo dice due volte), a determinare chi uccide e chi muore è solo una combinazione di caso e abilità. Gli ammazzati, prima di essere uomini, sono “queste due cose che ci rotolano addosso”.

Uccidere è tutt’altro, è, appunto, scegliere di farlo a freddo. E Meneghello lo spiega nel brano immediatamente successivo, uno dei più toccanti del romanzo, un momento decisivo dell’intera esistenza dell’autore.

Uccidere è uccidere il ragazzotto tedesco, sull’Altipiano; aveva detto di aver disertato per unirsi a noi, è stato con noi qualche tempo, poi ha tentato di scappare, è stato preso, dopo un po’ ha confessato, è una spia. Non resta che ucciderlo. Siamo tutti d’accordo, anche lui. Gli abbiamo legato le mani con lo spago in questa piccola dolina di roccia. Abbiamo scacciato il Finco che si disponeva a rosicchiargli un orecchio, senza alcuna autorizzazione.

Si domanda a questo biondino se vuol lasciar detto qualcosa, per qualcuno a casa sua in Germania, se saremo ancora al mondo alla fine della guerra. Esita, poi dice di no. Gli si domanda chi vuole che resti con lui, e lui sceglie. Gli altri vanno via.

Si sentono ronzare le api. Qui la stagione è tarda per loro.

Si è in piedi, quasi ci si tocca. In una specie di scossa perdi quella radice che chiami te stesso, pare di morire insieme.

Davanti a un passo del genere, l’analisi grammaticale potrebbe sembrare l’ultimo dei pensieri di un lettore intelligente. Eppure, le scelte grammaticali di Meneghello sono strettamente connesse alle sue scelte narrative, stilistiche, perfino morali, che proprio la grammatica ci permette di illuminare.

Elenchiamo i soggetti di queste frasi: uno dei protagonisti dell’episodio, il ragazzotto tedesco, e un comprimario, il Finco, che reggono verbi alla terza persona singolare; la stagione e le api, altri soggetti di terza persona, singolare e plurale, che fanno parte dell’ambiente; il noi collettivo dei membri della banda partigiana. Poi ci sono le forme impersonali, che prendono il sopravvento proprio nei momenti decisivi, e quando è più intenso il coinvolgimento personale dell’autore e protagonista. “Non resta che ucciderlo”: la scelta di giustiziare la spia non è nemmeno una scelta, è la conseguenza dell’ordine naturale delle cose (e quella del partigiano che eseguirà la sentenza è affidata al prigioniero).

Da qui, da quando “gli altri vanno via” (terza persona plurale, perché non è più possibile usare il noi), il vero soggetto si mimetizza dietro i “si”, dietro il “tu” universale, dietro la forma impersonale “pare”. Manca – ripeto: proprio quando Meneghello svela un momento decisivo della sua esistenza, il momento in cui uccide a sangue freddo, da solo, come giustiziere, un altro uomo – il pronome “io”, manca la prima persona singolare.

Perché proprio qui Meneghello rinuncia al pronome “io”? Non certo per prendere le distanze da sé e dalle proprie azioni. Piuttosto per una forma di pudore, di ritegno, di understatement, morale e stilistico: nella nota introduttiva del 1976, l’autore dichiara di aver riscritto molte pagine più volte, alla ricerca di “mezzi stilistici per tenere a bada la commozione”. Anche dal punto di vista della narrazione, Meneghello riesce a dire tutto ciò che vuole comunicare nella maniera più asciutta possibile, lasciando intuire invece di raccontare (l’uccisione non viene “narrata”; ci sono solo allusioni, che proprio per questo sono particolarmente evocative: quella “specie di scossa” sarà sia il momento dello sparo sia l’emozione che attraversa l’autore, il “morire insieme” implica che oltre al giustiziato muoia qualcosa dentro il giustiziere). In più, il “si” e il “tu” assumono un valore universale: quelle saranno le sensazioni che provano gli uomini, tutti gli uomini (anche tu), in circostanze simili. Infine, l’abolizione del pronome “io” esprime quel “puntiglio anti-retorico” che, come abbiamo visto, è una delle ragioni d’essere di questo libro; è una conseguenza della “chiave anti-eroica” con cui Meneghello vuole raccontare la sua storia. Come dice la stessa nota introduttiva del 1976:

Proprio dalla Resistenza dovremmo avere imparato quanto è importante distruggere quei concetti di comodo con cui eravamo usi a rappresentarci, in bene e in male, i fatti del popolo italiano; e in particolare la nozione convenzionale dell’eroismo individuale e collettivo.

Volete un esempio (magari irriverente) di quanto possa suonare retorico l’uso di un pronome ingombrante ed esibizionista come “io”? Prendete tre versi della canzone All’Italia di Leopardi (non certo i migliori che abbia scritto Leopardi, sia chiaro): “Nessun pugna per te? non ti difende / Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo / Combatterò, procomberò sol io”. L’io compare non una ma due volte, a incorniciare una figura retorica, il chiasmo – (1) io (2) solo (3) verbo (combatterò) (3) verbo (procomberò) (2) sol (1) io –, dopo due domande retoriche, con un verbo ultraletterario (procombere, cioè cadere in avanti, soccombere), in una situazione estremamente letteraria (la canzone, composta dal ventenne Leopardi a Recanati nel 1818, è fitta di richiami a Dante, Petrarca, alle Ultime lettere di Jacopo Ortis).

Estremizzando: in questi versi di Leopardi c’è molto eroismo letterario, c’è molta enfasi, e ci son ben due pronomi “io”; nella pagina di Meneghello manca l’eroismo, manca la retorica, e dunque manca il pronome “io”.

 

Meneghello Bau-sète Jura

 

Piccola e incompleta biblioteca meneghelliana

 


 

Luigi Meneghello, nato a Malo nel 1922 e morto a Thiene nel 2007, ha raccontato il mondo e la lingua del Veneto della sua infanzia (e la sua evoluzione) in Libera nos a malo (1963, uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento) e in Pomo pero (1974), l’educazione sotto il fascismo in Fiori italiani (1976), l’8 settembre e la Resistenza nel Vicentino in I piccoli maestri (1964-1976), le speranze e le delusioni dell’immediato dopoguerra in Bau-sète! (1988), la decisione di lasciare l’Italia e di andare in Inghilterra, a insegnare italiano all’università di Reading, in Il dispatrio (1993) e La materia di Reading e altri reperti (1997). Sono autobiografici anche i saggi linguistici raccolti in Jura (1987), in cui riflette sul rapporto tra la “lingua della natura”, il dialetto, e “la lingua dell’artificio, e dell’arte”, l’italiano, a partire da una serie di suoi quaderni della prima elementare.

Le sue opere principali sono disponibili nel catalogo BUR Rizzoli (alcune solo in formato elettronico) o nel Meridiano Mondadori (Opere scelte, 2006).

2 Commenti
  • Stefania Zitella
    Rispondi

    Grazie, Massimo, per queste assai utili chiavi di lettura!
    Non potevi indicare meglio dove individuare l’anti eroismo voluto dall’autore anche a livello grammaticale!
    Siamo proprio a Grammaland: una terra piacevolissima.
    Affettuosamente.

    16 maggio 2016 at 9:50
  • Caro Massimo,
    in primo luogo grazie per aver condiviso con noi questa pagina commovente e bellissima di uno scrittore che mi stai insegnando ad amare e a cui è dedicato ancora pochissimo spazio nelle letterature ad uso dei licei, nonostante il forte valore formativo della sua testimonianza “anti-eroica”, come giustamente sottolinei tu.
    Vorrei solo aggiungere poche righe in relazione a quanti ancora, nel mondo scolastico e non solo, ritengono che il testo letterario non sia terreno adeguato per le analisi grammaticali. La tua lettura è espressione lucida di un’analisi che non “viviseziona” il testo, bensì esalta, amplifica e potenzia le componenti umane di una pagina letteraria proprio attraverso una ferma conoscenza del rapporto strettissimo tra grammatica e testualità. Proprio a partire da questo legame inscindibile occorrerebbe ripartire a livello didattico, nella famosa “ora di grammatica”, ripensando il sistema lingua in relazione alle sue potenzialità espressive. La grammatica non è solo il nostro cervello; è anche il nostro cuore.
    Un abbraccio
    Nadia

    17 maggio 2016 at 11:41

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