Orwell, la lingua e la politica

Garzanti pubblica La neolingua della politica, un piccolo libro che raccoglie due testi di George Orwell, brevi ma densi: il saggio La politica e la lingua inglese e I principi della neolingua, l’appendice di 1984. Queste sono le prime pagine della mia prefazione.

 

orwellneolingua

 

Chi è cresciuto nell’Italia degli anni Settanta si è trovato esposto – attraverso manifesti, volantini, opuscoli, articoli di giornale, saggi accademici, discorsi di politici, sindacalisti, leader studenteschi – all’italiano di portare avanti il discorso e nella misura in cui, alla lingua di legno messa in ridicolo dal geniale Tubolario della Tecnogiocattoli Sebino: un cilindro composto da sette anelli rotanti su ognuno dei quali erano stampati dieci frammenti sintattici, liberamente componibili per formare frasi perfettamente grammaticali e completamente vuote di significato. Ecco due esempi (dei dieci milioni possibili):

Il nuovo soggetto sociale | auspica | la verifica critica degli obiettivi istituzionali | in una visione organica e ricondotta a unità | attivando e implementando | a monte e a valle della situazione contingente | la confluenza verso obiettivi comuni.

 

Il modello di sviluppo | estrinseca | un corretto rapporto fra struttura e sovrastruttura | al di là delle contraddizioni e difficoltà iniziali | non sottacendo ma anzi puntualizzando | con le dovute e imprescindibili sottolineature | un indispensabile salto di qualità.

Agli occhi di George Orwell, l’inglese del 1946 era avviato su un’analoga «cattiva strada». Il suo saggio La politica e la lingua inglese manifesta una preoccupazione (la lingua «diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma a sua volta la sciatteria della lingua ci rende più facili i pensieri stupidi») e insieme esprime la convinzione che il processo sia «reversibile». Del resto, l’analisi dei gerghi della politica (ma anche della critica letteraria e artistica, della psicologia, del giornalismo e della scrittura accademica in senso lato) non riguarda solo l’inglese. Quando Orwell condanna (se volessimo usare proprio la lingua che non gli piace potremmo dire «stigmatizza») la tendenza della prosa moderna ad «allontanarsi dalla concretezza», l’eliminazione di semplici verbi sostituiti da locuzioni con sostantivi astratti, l’abuso di verbi in -ize (-izzare), di doppie negazioni, di cliché, il continuo ricorso a formule vuote come A mio avviso non è un assunto ingiustificabile che al posto di Penso che, è naturale immaginare che stia parlando anche di noi, di quell’«antilingua» a cui nel 1965 Italo Calvino aveva dedicato un articolo sul «Giorno»:

Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla […]. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi.

L’articolo di Calvino – giustamente celebre e purtroppo sempre attuale – comincia con il verbale di una deposizione: un tizio racconta di aver trovato alcuni fiaschi di vino in cantina dietro la cesta del carbone, e il brigadiere gli fa dire di «essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile». È un’esagerazione parodica (proprio come, nel saggio di Orwell, la «traduzione» di un versetto dell’Ecclesiaste), ma nel 2020, in Italia, molti hanno dovuto firmare un’autocertificazione in cui dichiaravano «di essere a conoscenza delle misure di contenimento del contagio» e anche «delle sanzioni previste in caso di inottemperanza delle predette misure di contenimento», mentre chi ha la sventura di perdere la patente o un altro documento scopre sul modulo di essere stato «vittima di smarrimento in data sconosciuta in luogo sconosciuto. La refurtiva del fatto è costituita da patente di guida numero…». La burocrazia italiana obbedisce tuttora alle leggi della lingua moderna di Orwell e dell’antilingua di Calvino: niente verbi d’azione e nomi concreti (ho perso la patente) ma sostantivi astratti (vittima di smarrimento), spesso astrusi e con negazione incorporata (inottemperanza), usati oltre tutto in maniera impropria (la refurtiva del fatto nel modulo).

Se La politica e la lingua inglese è l’esame critico di una lingua vera parlata e scritta (l’inglese intorno al 1946 e, come abbiamo visto, una qualunque lingua moderna), il secondo testo presentato in questo volumetto è un abbozzo di grammatica di una lingua inventata. È infatti l’appendice del più celebre romanzo di Orwell, 1984 (uscito nel 1949): una finzione, seppur non narrativa, che delinea i principi della «neolingua» destinata a prendere il posto dell’inglese nello stato totalitario retto dal Grande Fratello.

Nel 1984 in cui è ambientato il romanzo, la neolingua è padroneggiata solo da una ristretta cerchia di specialisti (per esempio gli editorialisti del «Times»); secondo le previsioni, avrebbe definitivamente sostituito la lingua standard intorno al 2050. La neolingua ha due scopi precisi e collegati: fornire ai seguaci del Socing (il Socialismo inglese, l’ideologia ufficiale del Partito) «un mezzo espressivo adatto ai loro abiti mentali e alla loro visione del mondo» e «rendere qualsiasi altra forma di pensiero impossibile». Grazie alla neolingua e alla completa scomparsa della lingua tradizionale, «un pensiero eretico (ossia, un pensiero divergente dai principi del Socing) sarebbe diventato letteralmente impensabile, almeno nella misura in cui il pensiero dipende dalla parola».

Per questo, come spiega uno specialista in 1984, «la neolingua è l’unica lingua al mondo il cui vocabolario si riduce di anno in anno»: i neologismi più efficaci sono quelli che consentono di eliminare il maggior numero di vecchie parole, mentre quelle che resistono vengono spogliate di tutte le «accezioni devianti» e potenzialmente pericolose. Allo stesso modo si semplifica radicalmente la grammatica: vengono abolite le variazioni formali tra un nome e un verbo che derivano dalla stessa radice, anzi esistono solo nomi-verbi, tutti regolari (regolarizzati) nella coniugazione e nel plurale, e gli aggettivi e gli avverbi si formano aggiungendo un suffisso standard al nome-verbo.

Naturalmente la neolingua non esiste (possiamo dire che non esiste ancora ma anche, come vedremo, che non esiste più). Se 1984 è la rappresentazione di un incubo, l’appendice è l’utopia negativa di una lingua, la parodia di una lingua: concentrazionaria, soffocante, terroristica.

 

©2021, Garzanti s.r.l., Milano


 

Questo testo proviene da George Orwell, La neolingua della politica, a cura di Massimo Birattari, Garzanti 2021 (in libreria dal 14 gennaio).

0 Commenti

Invia un commento