L’Uomo Ghignante e i bambini prodigio

A proposito dei Nove racconti e del Giovane Holden di J.D. Salinger.

 

 

Ho letto per la prima volta Il giovane Holden quando avevo più o meno l’età del giovane Holden, sedici anni, e non mi era piaciuto per niente. Non so come quel libro fosse arrivato a casa mia: aveva una dedica di cui non ho mai riconosciuto la firma, magari era stato comprato in un mercatino, o forse mio padre l’aveva trovato sui sedili di un autobus. L’avevo incominciato spinto dalla curiosità, e la prima cosa che ho pensato è stata: ma come parla questo?

Il bar stava chiudendo, sicché pagai in fretta e furia due liquori a testa per loro prima che chiudesse, e ordinai altre due coca per me. Quel dannato tavolo era uno spicinio di bicchieri. Una delle racchione, Laverne, continuava a prendermi in giro perché bevevo soltanto coca cola. (…) La vecchia Marty parlava più delle altre due. Continuava a uscirsene fuori con quelle barbosissime frasi da mezza calzetta – chiamava il gabinetto ‘lo stanzino delle pupe’, per esempio – e quando quel povero vecchio clarinettista malandato si alzò in piedi e improvvisò un paio di ghirigori di jazz freddo, lo trovò veramente fantastico. ‘Bastoncino di liquirizia’, ecco come chiamava il suo clarinetto. Accidenti se era mezza calzetta!

Lo spicinio, il maledetto aggettivo dannato, lo stanzino delle pupe (in inglese, sono andato a controllare, è un banalissimo “little girls’ room”): a un lettore sedicenne del 1977, quel libro tradotto sedici anni prima aveva provocato un’istintiva reazione di rigetto. La traduzione italiana di Adriana Motti voleva rendere la specificità del romanzo – una narrazione in prima persona attraverso il parlato di un adolescente americano – con particolari scelte linguistiche e lessicali. Però a me quella lingua non aveva nemmeno dato l’impressione di essere un invecchiato “gergo da giovani”; no, avevo pensato che nessuno in Italia potesse parlare o scrivere in quel modo.

Credo di aver finito comunque il libro, ma senza nessun coinvolgimento: nonostante avessi l’età del protagonista-narratore, la lingua “artificiale” della traduzione mi aveva impedito di immedesimarmi nelle sue vicende. La lettura di Salinger era scivolata via come acqua fresca. Del resto, mi era successa la stessa cosa con l’antenato del Giovane Holden: Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Nella traduzione in cui mi ero imbattuto da ragazzino, lo slang sudista del racconto in prima persona di Huck era reso con il vernacolo toscano, dunque con gli apostrofi al posto delle aspirate. Non è stata una bella esperienza: infatti mi sono letto per intero Huckleberry Finn solo pochi anni fa, e in inglese.

Per il mio secondo incontro con Salinger ci è voluto meno tempo, una dozzina d’anni. Un’amica mi aveva consigliato caldamente i Nove racconti, ed è stata una rivelazione: una prosa di meravigliosa limpidezza (nella traduzione di Carlo Fruttero, per nulla invecchiata dopo più di cinquant’anni) al servizio, con partecipazione e ironia, di storie coinvolgenti o sconvolgenti, e anche (è davvero il caso di dirlo) al servizio della poesia.

 

Salinger "Nove racconti" traduzione Fruttero letteratura americana

 

Originale e traduzione dei Nove racconti

 

 

Nel mio racconto preferito, Per Esmé: con amore e squallore, il narratore, un militare americano che ha appena concluso un addestramento speciale a cura del servizio segreto inglese in vista dello sbarco in Normandia, incontra in una sala da tè nel Devon una ragazzina tredicenne, accompagnata dal fratellino e dalla governante. La ragazzina gli si avvicina e si siede di fronte a lui: dà l’impressione di essere allo stesso tempo estremamente matura ed estremamente ingenua (estremamenteè un avverbio che le piace usare: “Sono venuta al suo tavolo perché m’è sembrato che lei si sentisse estremamente solo. Lei ha una faccia estremamente sensibile”).

Il narratore apprende che Esmé (questo è il suo nome; per il momento preferisce non rivelare il cognome, perché ha un titolo e “c’è il rischio che lei sia di quelli cui i titoli fanno colpo”) ha perduto entrambi i genitori. Il fratellino Charles, che ha quattro anni, sente straordinariamente la mancanza del padre.

– […] Era un uomo straordinariamente simpatico. E estremamente bello, anche. Non che l’aspetto esteriore conti gran che, ma comunque lo era. Aveva degli occhi terribilmente penetranti, per un uomo intrinsecamente buono.

Annuii. Immaginavo – dissi – che suo padre avesse avuto un vocabolario molto speciale.

Il narratore, che infila nel suo commento una punta di ironia (quell’ironia così tipica di Salinger che coesiste con la commozione e la poesia), subisce il fuoco di fila delle domande di Esmé, e le dice di essere sposato, di non avere ancora un lavoro, dato che ha finito da poco l’università, ma di considerarsi “uno scrittore di racconti di professione”.

– Sarei estremamente lusingata se lei scrivesse una novella esclusivamente per me, un giorno o l’altro. Sono una lettrice avidissima.

Le dissi che certamente l’avrei fatto, se potevo. Dissi che non ero uno scrittore estremamente prolifico.

– Ma non c’è bisogno che sia prolifica! Basta che non sia infantile e sciocca. – Rifletté. – Quelle che preferisco, sono le storie che parlano di squallore.

– Che parlano di che? – dissi, sporgendomi in avanti.

– Squallore. Lo squallore mi interessa enormemente.

Alla fine, la governante riesce a trascinare fuori della sala da tè i due ragazzini, ma Esmé fa in modo di rientrare, con la scusa di un bacio che il piccolo Charles vorrebbe dare al narratore. Dopo avergli ricordato il racconto promesso (“Lo scriva molto squallido e commovente”), Esmé si congeda con due battute. La prima potrebbe essere tratta da un film d’amore e di guerra come Casablanca, la seconda è di una straordinaria brutalità, viste le circostanze.

– Non le pare un peccato che non ci siamo incontrati in circostanze meno strazianti?

Dissi di sì, che era certamente un peccato.

– Arrivederci, – disse Esmé. – Spero che tornerà dalla guerra con tutte le sue facoltà intatte.

Siamo poco oltre la metà del racconto e, dopo uno stacco bianco, “viene la parte squallida, o commovente, della storia, e la scena cambia”. Cambiano anche i personaggi, e il narratore dice di essersi “camuffato con tale astuzia che neppure il lettore più intelligente riuscirà a riconoscermi”. La scena si sposta in Baviera, nel luglio del 1945: dopo lo sbarco in Normandia e cinque sanguinose battaglie, il narratore “era un giovanotto che non era passato attraverso la guerra con tutte le facoltà intatte”. Perciò non dice più “io”, ma diventa “il sergente X” e il racconto è in terza persona. Proprio come era accaduto a Salinger nelle stesse circostanze, il sergente X ha subito uno shock post-traumatico: non riesce a mantenere l’attenzione, è scosso da tremiti, si mette a vomitare mentre parla, si sente come se “la sua mente si spostasse e cominciasse a traballare, come una valigia mal sistemata sulla reticella di un treno”.

Quando il dolore (anche fisico, con le tempie che martellano) sembra farsi intollerabile, il sergente X scorge un pacchettino avvolto in carta verde che l’aveva seguito per tutti i suoi cambi d’indirizzo: contiene una lettera di Esmé datata 7 giugno 1944 (il giorno dopo lo sbarco in Normandia) e un suo oggetto che, di fatto, gli appare come un talismano, il segno tangibile della grazia che promana da Esmé e dal suo fratellino, il miracolo che gli offre la possibilità di ridiventare un uomo “con tutte le sue facoltà intatte”.

Proprio per questo finale così carico di speranza, Per Esmé: con amore e squalloreè il mio preferito tra i due capolavori assoluti di questa raccolta, degni di entrare nella lista dei racconti più belli della letteratura mondiale (sull’altro, Un giorno ideale per i pescibanana, torneremo alla fine). E poi c’è L’Uomo Ghignante.

Figlio unico di una danarosa coppia di missionari, l’Uomo Ghignante veniva rapito ancora in fasce dai briganti cinesi. Quando la danarosa coppia di missionari rifiutava  (per uno scrupolo religioso) di pagare il riscatto per il figlio, i briganti, sensibilmente contrariati, sistemavano la testa del fanciullino in una morsa da falegname e davano all’annessa leva diverse avvitate verso destra. Il soggetto di questo inconsueto esperimento perveniva dunque alla maturità con una testa calva e a forma di mandorla, e una faccia che, al posto della bocca, presentava un’enorme cavità ovale al di sotto del naso.

L’Uomo Ghignante è il protagonista del romanzo d’appendice inventato e narrato dal Capo del Club Comanche, uno studente in legge dell’università di New York che ogni pomeriggio alle tre raduna venticinque maschi sui nove anni e li porta a giocare a Central Park, oppure, se piove, al Museo di storia naturale o al Metropolitan, o il sabato mattina negli spazi aperti fuori da Manhattan. Al ritorno, dopo estenuanti partite di baseball o di football, i venticinque bambini, tra cui il narratore che ricorda quei mesi del 1928, si accalcano sull’autobus affidandosi, “sfacciatamente ed egoisticamente”, al “talento di narratore del Capo”, che grazie alle rocambolesche avventure dell’Uomo Ghignante non li delude mai.

Mentre l’Uomo Ghignante, sfuggito ai banditi, si dedica ad attività criminali in proprio, accumula il più grande patrimonio personale del mondo, vive in un minuscolo cottage “sulla costa tempestosa del Tibet”, attraversa “regolarmente il confine tra la Cina e Parigi” e sfida “l’epigrammatico e tubercolotico detective di fama internazionale” Marcel Dufarge e sua figlia, i venticinque Comanche si rendono conto che nella vita del loro Capo è entrata una ragazza, Mary Hudson. Da quel momento, le vicende dell’Uomo Ghignante diventano il contrappunto della storia d’amore tra il Capo e Mary, osservata attraverso lo sguardo ingenuo ma non troppo di ragazzini di nove anni.

 

Salinger "Nove racconti" "Nuovi Coralli Einaudi" copertina "Ben Shahn"

La prima edizione dei Nove racconti nei “Nuovi Coralli” Einaudi (1976), che ha ancora un’illustrazione in copertina (un disegno di Ben Shahn). Poi Salinger avrebbe imposto copertine senza immagini e, in seguito, senza testi in quarta o nelle bandelle.

 

 

L’entusiasmo per i Nove racconti mi ha spinto a rileggereIl giovane Holden, e questa volta ad amarlo a prescindere dalla traduzione (nei confronti della quale ero diventato più indulgente, e che comunque, durante la lettura, depuravo in maniera automatica dalle incrostazioni che mi avevano tanto irritato la prima volta; adesso quello sforzo non è più necessario, dato che nel 2014 è uscita la nuova traduzione di Matteo Colombo).

Molti temi ritornano (d’altra parte i due libri sono stati scritti negli stessi anni: i racconti sono usciti tra il 1948 e il 1953, il romanzo nel 1951): la capacità dei bambini di cogliere, con il loro sguardo incontaminato, l’essenza della vita; la minaccia, sempre presente, di un crollo nervoso; il ritratto spietato di una società.

Il romanzo racconta tre giorni della vita del sedicenne Holden Caulfield, cacciato appena prima delle vacanze di Natale dalla costosa scuola privata che frequenta (non studia e ha voti orribili in tutte le materie tranne che in inglese). Poiché non intende farsi vedere dai genitori prima che vengano informati del suo ennesimo fallimento scolastico, vaga per due giorni per i locali di New York, paga una prostituta che poi non tocca perché la trova troppo triste (ma in compenso viene derubato e malmenato dal cameriere-protettore), va a teatro con un’amica di cui non può non notare l’insulsaggine, si confida con la sorellina Phoebe, viene ospitato da un suo vecchio professore (che nel cuore della notte cerca di mettergli le mani addosso). Alla fine torna a casa, avrà un crollo nervoso (non descritto) e sarà ricoverato in clinica, dove scriverà la sua storia.

Una delle ragioni del duraturo successo del Giovane Holden sta nel fatto che il romanzo incarna lo spirito dell’adolescenza e anticipa di una quindicina d’anni la ribellione giovanile degli anni Sessanta. Il disagio di Holden non è una protesta politica: è il rifiuto della falsità che ai suoi occhi caratterizza il mondo degli adulti, e si proietta anche sui giovani già plasmati a immagine e somiglianza dei genitori. La parole chiave è phony, che significa “falso”, “finto”, “fasullo”, “ipocrita”. Ecco una tirata di Holden a Sally (l’amica con cui va a teatro, e che peraltro rientra in quella categoria):

– Dovresti andare in un collegio maschile, qualche volta. Dovresti provarci, – le ho detto. – Sono pieni di gente ipocrita, e non fai altro che studiare, per imparare abbastanza e diventare abbastanza intelligente da comprarti un giorno una stramaledetta Cadillac, e devi sempre far finta che te ne freghi qualcosa se la squadra di football perde, e tutto il giorno non fai altro che parlare di ragazze e di alcol e di sesso, e tutti sono sempre lì che fanno comunella nelle loro stupide cricche. […]

– Sta’ a sentire, – ha detto la vecchia Sally. – Ci sono un sacco di ragazzi che nella scuola trovano molto più di questo.

– Ma lo so! Lo so che per alcuni è così! Sono io che non ci trovo altro. Capisci? È questo che sto cercando di dire. È esattamente questo, cazzo, – ho detto. – Io non riesco a trovare niente praticamente in niente. Sono conciato malissimo. Sono conciato da far schifo.

– Questo è poco ma sicuro.

Gli eroi positivi del libro sono al contrario i bambini, come il fratello Allie, morto tredicenne di leucemia, o la sorellina Phoebe, di dieci anni, che offre a Holden tutti i soldi che ha (otto dollari e sessantacinque centesimi), commovendolo fino alle lacrime, e alla fine lo convince a non scappare di casa.

Al di là della storia e delle azioni dei personaggi, la grandezza di Salinger va ricercata nell’invenzione di una lingua letteraria modulata sul parlato, non per mezzo della registrazione delle forme usate dalla gente quando parla – registrazione che sarebbe semplicemente illeggibile – ma attraverso la finissima ricreazione di un ritmo: i dialoghi del romanzo e dei racconti rappresentano ancora oggi un inarrivabile modello di stile.

 

Salinger "Il giovane Holden" "Franny e Zooey" "The Catcher in the Rye" Einaudi

 

Gli altri libri di Salinger che ho in casa. Assenti nella foto l’edizione 1961 del Giovane Holden e l’ultimo volume pubblicato (Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione): se qualcuno sa che fine hanno fatto, mi avvisi.

 

 

È inevitabile, quando si parla di Salinger, toccare il mistero del suo lunghissimo silenzio. Dopo Il giovane Holdene i Nove racconti, usciti in volume nel 1953, Salinger ha pubblicato solo due libri, Franny e Zooey(1961) e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione(1963), che contengono quattro racconti usciti però sul “New Yorker” già tra il 1955 e il 1959. Nel giugno 1965 ne pubblica, sempre sul “New Yorker”, un quinto, Hapworth 16, 1924, che però non arriverà mai in libreria (in italiano è uscita una ventina d’anni fa una traduzione pirata). Da allora, più nulla e una vita sempre più ritirata (l’ultima intervista è del 1980), fino alla morte, il 27 gennaio 2010. Per quale motivo? In assenza di una spiegazione da parte sua, si può fare solo qualche ipotesi.

Forse Salinger era uno di quegli autori che non amano scrivere o piuttosto pubblicare. Non sarebbe un caso isolato: il grande direttore d’orchestra argentino Carlos Kleiber dirigeva molto di rado, secondo il suo collega Herbert von Karajan – di suo una macchina da dischi e da concerti – solo quando aveva il congelatore vuoto. E un cinico potrebbe osservare che Salinger era al riparo da certe necessità: con sessanta milioni e passa di copie vendute del solo Giovane Holden, riempire il frigorifero era l’ultimo dei problemi.

Alcuni, tra l’altro, sostengono che Salinger abbia scritto centinaia e centinaia di pagine nei quarantacinque anni di silenzio (sono testimonianze raccolte in un bel documentario biografico, Salinger, di Shane Salerno): dunque non si sarebbe trattato di blocco dello scrittore, ma di rifiuto di pubblicare e di avere contatti con il mondo, forse a causa degli effetti a lungo termine dello shock post-traumatico subito durante la seconda guerra mondiale.

L’ultima ipotesi chiama in causa invece l’esaurimento dell’ispirazione. Un lettore potrebbe arrivare a pensare che su alcuni temi Salinger avesse raggiunto una sorta di punto di non ritorno. La grandezza originaria e incorrotta dei bambini è il cuore del Giovane Holden e di molti dei racconti, ma dà origine a una vera ossessione per i bambini prodigio. La saga della famiglia Glass (sette fratelli, tutti bambini prodigio…), cominciata nei Nove racconti e proseguita con i cinque racconti lunghi pubblicati tra 1955 e 1965 (alcuni dei quali meravigliosi), diviene una realtà sempre più maniacale e claustrofobica: Hapworth 16, 1924 è una lettera di ottanta pagine che il fratello maggiore, Seymour, scrive da un campo estivo all’età di sette anni, ed è davvero una sfida alla sospensione dell’incredulità (e non può essere un caso che Salinger abbia sempre rifiutato di farlo diventare un libro). L’interesse dell’autore e dei suoi personaggi per il misticismo orientale, tra Zen e Vedanta, ha un peso sempre maggiore, e nell’ultimo testo pubblicato in volume – Seymour. Introduzione, un abbozzo di biografia scritto dal fratello Buddy – sembra sfociare nell’incomunicabile.

 

Il fatto è che chi prende o riprende in mano i Nove racconti dopo aver letto il resto della produzione di Salinger (come è capitato a me per scrivere questo pezzo) nota qualcosa di sorprendente, almeno col senno di poi: quel libro giovanile contiene o almeno prefigura l’intera carriera di un autore che comincia dalla fine (cioè dalla fine del suo personaggio centrale) e arriva al nulla.  Il primo racconto (Un giorno ideale per i pescibanana, 1948, l’altro supercapolavoro della raccolta) è infatti l’epilogo della vicenda del primogenito dei fratelli Glass, Seymour (il protagonista assoluto delle ultime opere pubblicate da Salinger). L’ultimo dei Nove racconti (Teddy, 1953) è invece la storia di un bambino prodigio che, come una specie di Gesù fra i dottori, stupisce sapienti e scienziati non solo in virtù di un’intelligenza fuori del comune ma perché si è dato il compito di esporre a chiunque lo ascolti la teoria induista della reincarnazione, e profetizza la sua stessa morte; ed è impossibile non vedere nel racconto da un lato la profonda serietà di Salinger, che esprime per bocca di Teddy le sue convinzioni, e dall’altro, proprio per questo, un certo qual intento predicatorio. Se usassimo le vecchie e superate nozioni con cui Croce leggeva Manzoni, negli altri racconti troveremmo tantissima “poesia”, mentre in questo, dove pure la poesia non manca, parecchia “oratoria”.

Intendiamoci: non ho nulla contro la sapienza orientale, e trovo molto affascinante il koan zen che Salinger ha messo in epigrafe ai Nove racconti (“A battere le mani, sappiamo il suono delle due mani insieme. Ma qual è il suono di una sola mano?”). Però tendo a pensare – da occidentale un po’ ottuso – che se uno crede sul serio che lo scopo della vita (anzi, delle tante vite) sia annichilirsi il prima possibile nel nulla del Nirvana, be’, perché dovrebbe affannarsi a realizzare opere in questa esistenza terrena? Dunque il silenzio di Salinger mi pare una scelta coerente con la sua visione; e tuttavia mi dispiace che uno scrittore come lui non abbia potuto donarci altri frutti del suo straordinario talento.

 

* * *

 

PS: in un blog che si chiama Grammaland è giusto ricordare che il maniacale perfezionismo di Salinger riguardava, oltre che lo stile, anche le scelte editoriali e grammaticali. Come racconta il documentario di Shane Salerno, i rapporti con gli editor si facevano tesi quando si finiva a discutere dei titoli o di punteggiatura, e Salinger arrivò a rompere un’amicizia con un redattore del “New Yorker” a causa di una virgola alla fine di un racconto. E a proposito, sentite cosa si dice delle virgole nel Giovane Holden. Holden è nel bagno del dormitorio della scuola, mentre un compagno che non gli sta molto simpatico, Stradlater, si sta facendo la barba e gli chiede, sbadigliando, un favore: di fargli un tema per lunedì.  Con un’avvertenza, però. Dice Stradlater:

– Solo, non farlo troppo bene. Quello stronzo di Hartzell è convinto che in inglese sei un fenomeno, e sa che siamo in stanza insieme. Perciò evita di mettere tutte le virgole al posto giusto e roba del genere.

E commenta Holden:

Ecco una cosa che mi dà veramente sui nervi. Quando tu sei bravo coi temi e uno attacca a parlarti delle virgole. Stradlater lo faceva sempre. Voleva farti credere che se lui nei temi faceva schifo era solo perché metteva le virgole nel posto sbagliato.

 


 

J.D. Salinger (dove le iniziali stanno per Jerome David) è nato a New York il 1° gennaio 1919 ed è morto a Cornish il 27 gennaio 2010. I brani citati provengono da Il giovane Holden (1951, trad. it. di Adriana Motti, Einaudi 1961), Nove racconti (1953, trad. it. di Carlo Fruttero, Einaudi 1962) e Il giovane Holden nella nuova traduzione di Matteo Colombo (Einaudi 2014). Il documentario di Shane Salerno, Salinger (2013), è disponibile in dvd (Feltrinelli 2014).

 

 

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